Fumetti

Lo scontro quotidiano

Fumetto Francese. Disegni che ricordano Tin Tin, almeno a me. Ricordi d’infanzia.
Bastano poche pagine per capire che “Lo scontro quotidiano” è ben altro da tutto ciò. É mondo a sé. Il protagonista si chiama Marco, giovane fotografo francese, che dopo aver lavorato a lungo come fotoreporter di guerra, decide di ritirarsi in campagna nauseato dalla sua stessa professione. É la storia dello scontro quotidiani di un uomo in crisi con se stesso ( dopo anni di analisi, soffre di attacchi di panico) con la famiglia ( la morte suicida del padre e la sua paura di diventare padre ) e con la società (non mancano riflessioni sull’arte, sulla morte, sulla politica, sulla guerra di Algeria, sui nazionalismi e sull’uomo). È un’opera complessa e di straordinaria bellezza in cui i volti hanno un ruolo privilegiato. Sono i ritratti degli operai del reparto 22, il cantiere navale in cui per anni ha lavorato suo padre e da cui lui è fuggito per non doverci lavorare. Attraverso questi ritratti, Marco ritorna alla fotografia. É un tornare indietro, alla memoria. É donare eternità alle cose che contano passando attraverso la sofferenza ed il dolore. Ma è anche un’opera colma di poesia ( affidata alla piccola Maude) di ironia ed intelligenza. Commuove. Anche i disegni, dal tratto delicato e malinconico, quasi cartoonesco, si fanno più realistici in alcune occasioni e si colorano di un rosso vivo in altre, affidando non solo al testo i cambiamenti narrativi. Premiato in tutti i più importanti festival internazionali del fumetto quali Angoulême, Napolie Lucca Comics, è un libro da leggere e da custodire.

Lo scontro quotidiano
Manu Larcenet
Coconino Press
Pp. 242
23€

Gialli

Il morso della reclusa

“Nebbioso, beccheggiante, indolente. Sempre perso nelle sue vaghezze. E’ il commissario Adamsberg, capo dell’anticrimine al tredicesimo arrondissement parigino.”
Dopo più di due anni, la scrittrice parigina Fred Vergas (pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau) torna a regalarci una nuova indagine del suo investigatore più famoso, e della sua squadra. Apparso in lingua originale nel 2017 col titolo Quand sort la recluse per l’editore Flammarion, Il morso della reclusa è il nono della serie del Commissario Adamsberg e giunge sino a noi grazie ad Einaudi e alla perfetta traduzione di Margherita Botto. Richiamato dall’Islanda dove si godeva le sue ferie per un caso di omicidio velocemente risolto, Adamsberger si lascia attrarre dalla morte insolita di tre anziani nella Francia del Sud dovuta al morso della Reclusa, un ragno velenosissimo. Semplice fatalità? Nonostante l’ostilità di un insolito Danglard, accanto a lui ci sono i soliti Mercadet, Froissy, la giunonica Violette Retancourt che da sola vale 10 uomini e Veyrenc. “Adamsberg osservava il volto di Veyrenc, ermetico, marmoreo, quel volto che invece poteva modificarsi così vivacemente con un semplice mezzo sorriso. Ma il tenente gestiva quella tragica presentazione senza concedere agli agenti un attimo di tregua. La vista della guancia scomparsa di Maurice li aveva trasportati su un terreno di emozioni dove la questione teorica di sapere se la reclusa meritasse o meno un’indagine era a mille miglia dai loro pensieri. Non era il momento dell’intellettualismo.”
Scrittrice di “polar” ( così i francesi chiamano i libri gialli) colti ed ironici l’autrice ci regala ancora una volta una storia accattivante dai ragionamenti arguti e dai risvolti complessi e mai scontati. Un’indagine che obbligherà il Commissario Adamsberg a fare i conti con i suoi fantasmi e a ragionare nella nebbia. “-Non ci posso credere, – disse Danglard, -non ci voglio credere. Torni tra noi, commissario. Ma in quali nebbie ha perso la vista, porca miseria?
-Nella nebbia ci vedo benissimo,-replicò Adamsberg in tono un po’ secco, appoggiando i palmi sul tavolo. -Anzi, meglio che altrove. Quindi sarò chiaro, Danglard. Non credo ad una moltiplicazione delle recluse. Non credo a una mutazione del loro veleno, così grave, così improvvisa. Credo che quei tre uomini siano stati assassinati.”
Come dargli torto?

 

Fred Vargas
Il morso della reclusa
Einaudi Stile Libero Big
2018
pp. 432
20€

Romanzi

Bella mia

Dopo l’Arminuta, meraviglioso romanzo vincitore del Premio Campiello, aspettavo con ansia un nuovo libro. Sto ancora aspettando ma, nel frattempo, Einaudi ha ripubblicato “Bella mia”, romanzo già uscito con l’editore Elliot nel 2014 e ora arricchito da una nuova prefazione dell’autrice.

”Bella mia” è L’Aquila, devastata dal terremoto, non una persona. Il libro non delude, inizia potente fin dalle prime battute : “Non riesco ad amarlo tutto, questo ragazzo. Alto, secco, un corpo di linee spezzate e mai curve, una debolezza improvvisa nel disegno delle gambe, appena sotto il ginocchio.” La protagonista è una donna. Si chiama Caterina ed è sopravvissuta al terremoto da cui ha avuto in eredità un profondo dolore ed un nipote: Marco. Sua sorella gemella Olivia è morta schiacciata dalle macerie. “Spesso ci chiamavano Olivia e la gemella o, peggio ancora, Olivia e l’altra. – Il tuo nome è da regina e mette un po’ in soggezione, per questo non lo dicono, -mi consolava nostra madre quando le chiedevo il motivo”. Una relazione impari, la loro, ma intensa “Al liceo eravamo in classi separate ma vicine, a metà mattina la sua presenza superava la parete e la sentivo diffondere nella mia aula, invisibile agli altri. Così adesso, quando lavoro, a metà mattina diffonde la sua assenza.”
L’ombra del terremoto e della sua devastazione accompagna ogni pagina del romanzo. Non si parla di disperazione, la si vive ad ogni pagina, entra nel pensiero e senti sulla pelle l’angoscia dell’impotenza. Abita nelle pieghe di chi è sopravvissuto. “L’incubo ricorre nelle notti da quando ho ritrovato i sogni, molti mesi dopo il terremoto. Non mi abituo mai, lascia la gola asciutta per colpa e impotenza, un sapore vago di sangue.” L’autrice ha qui quella sottile capacità di raccontare il dolore attraverso il pudore. E lentamente il pensiero che la vita possa ancora sorprendere s’insinua tra le ultime pieghe del romanzo.

Donatella di Pietrantonio
Bella mia
Einaudi
2018
pp. 192
12€

Poesia

Cianfrusaglia e Barricate

Se ne parla, la si trova per le strade sotto forma di volantini, la si legge in mezzo alla natura, al lavoro, in vacanza, mentre si fa colazione. Chi ne vuole una copia tutta per sé può trovarla in libreria , su internet, tra le pagine di un blog. E’ della poesia di Mario Badino che parlo. Insegnante di professione e poeta per vocazione, Mario è anche un amico dagli anni più belli, quelli universitari, ed una penna originale ed intensa. Il suo esordio poetico data 2013 con “Cianfrusaglia” la prima, e già in ristampa, raccolta di poesie (End Edizioni, pp. 117, 10€)., A chi s’interroga sul titolo, rispondono le prime tre poesie del volume, dove la cianfrusaglia diventa quell’interminabile insieme di oggetti, persone, luoghi, abitudini, ricordi a cui ognuno di noi si aggrappa, combinandoli in maniera diversa, come fossero salvagenti. La raccolta si apre così indagando con semplice originalità il nucleo tematico dell’esistenza, dei suoi nodi e delle sue fatiche. Non mancano le poesie dedicate all’amore sensuale, ma anche a quello che lega un padre a sua figlia. La voce dell’ironia è invece affidata ai componimenti mitologici in cui l’autore rilegge alcuni miti tra cui Amore e Psiche, Pigmalione, Ero e Leandro, Alcione, riagganciandoli alla realtà. Se alcune delle liriche sono dedicate a Cogne, luogo a cui Mario è da sempre particolarmente legato, altre ancora ben rappresentano il suo impegno sociale come Montecitorio, La peste nera, Lo straniero o Trappola per topi. Grazie anche ad uno stile classico, musicale ed a una lingua limpida e accorta, l’autore trasporta il lettore in un esclusivo viaggio all’interno del suo universo poetico rivelando, con delicatezza, anche quello che la prosa avrebbe taciuto.
L’anno dopo (2014), Mario torna con una nuova raccolta di poesie intitolata “Barricate!”(End Edizioni, pp 104, 10€). A dare il nome alla raccolta è un componimento in cui l’autore immagina, con un tocco ironico, una sorta di rivoluzione che nasce sulla spiaggia, fatta con secchielli palette e rastrelli. Una rivoluzione contro “le mascalzonate del potere/prima sopportate/per abitudine e pigrizia, dopo/erano cresciute/oltre misura, fino a scatenare/la rivoluzione/ scoppiata finalmente sulla spiaggia/ con la complicità/ del mare tropo grosso per fare il bagno.”(pp.69-70). La resistenza sottintesa dal titolo appare subito come una resistenza di tipo umano declinata attraverso diverse sfumature: dall’ironia alla malinconia, dalla mitologia alla scrittura civile fino all’autobiografia. Le barricate diventano così anche il passo lento a cui obbligano i sentieri di montagna, i ricordi che trattengono chi presto è andato via, l’amore chiesto e dato a dispetto di un presente di sentimenti immiseriti. E’ una resistenza mite, quella di Mario che in “Nei cassetti”, il componimento che apre la raccolta scrive: “Volevo scrivere con energia/quasi un poema, un urlo, una canzone/ma questo non è il tempo della lotta/ che si grida. Avanti, ora riflessione:/vediamo che succede nei cassetti/quando ci metto mano per capire.”(p.8). Poesia dopo poesia il lettore diventa parte di un viaggio, quello dell’autore. Un viaggio in cui la consapevolezza di sé e delle proprie fragilità fanno la differenza nella resistenza ai grandi mali dell’uomo e del mondo: dal lutto all’insensatezza della guerra fino alla perdita di speranza. Ancora una volta la poesia diventa chiave di lettura della società, strumento di lotta. Mai cosa a se stante.

Montagna

Nera Baltea 7 noir in Valle D’Aosta

Nera Baltea 7 noir in Valle d’Aosta, Edizioni Vida, 2005, pp.341, 15€

Per tutti gli amanti del genere Noir questo è un testo da avere. Nera Baltea è infatti un’antologia che raccoglie una preziosa selezione di racconti noir ambientati in Valle d’Aosta. Una raccolta che, come scrive Carlo Lucarelli, riesce ad illuminare la metà oscura, di questa terra affascinante. La metà oscura, naturalmente, perché è di quella che si occupano gli scrittori come noi.” E ad occuparsene in questo libro sono nomi noti ai lettori valdostani come Laura Costa Damarco, Paola Collatin, Sofia Cossard,Federico Gregotti, Andrea Damarco, Amedeo Bologna, Fabio Mazzoni, Loredana Faletti e il giornalista Gaetano Lo Presti. Alcuni scrivono a quattro mani, altri da soli ed ognuno di loro ci regala un noir che racconta un luogo: La Valle d’Aosta. E la raccontano come non l’abbiamo mai vista, immaginata e neppure pensata. Tante storie e tanti personaggi dietro ogni storia: Gigliola e Giorgio che “Li hanno trovati così, un ventoso mattino di settembre di fine millenio. Immobili. Addormentati in un silenzio denso di enigmi, inquietanti nella loro compostezza. Almeno lei.” Maria e Madeleine; Silvin il maniscalco; Cozio e Clelia; il Commissario Caracappa e tanti altri a tratteggiare un universo noir fatto di elementi misteriosi, romantici, a volte violenti, feroci, sanguinari e molto spesso surreali e a dimostrarci che come a Bologna, Milano e Palermo anche in Valle d’Aosta esiste un’interessante scuola di noir.

Montagna

Valle D’Aosta, une vallée, une vache, un monument

Se a prima vista il volume appare uno dei tanti libri fotografici sulla Valle d’Aosta, l’apparenza inganna. A fare la differenza è lo sguardo nuovo con cui Bruno Domaine, ex Sindaco di Saint Nicolas e fotografo, osserva e accosta i tre elementi che nell’immaginario collettivo meglio simboleggiano la Valle d’Aosta: le mucche, il paesaggio e i monumenti. “Questo libro, -scrive Domaine nell’introduzione- nasce dalla voglia di lasciarsi trasportare dalle sensazioni, giocare un po’ di fantasia”. E’ una sfida personale dedicata a suo padre che, all’allevamento bovino ha dedicato una vita intera. La genesi del volume ha richiesto 4 anni all’inseguimento dello scatto ideale, ma il risultato è un magnifico viaggio che attraversa ben 30 paesi valdostani e i loro monumenti. A far da protagonista è però sempre la mucca ritratta in tutte le sue espressioni e pose più o meno note. A fare da cornice e a delimitare i confini del viaggio vi sono il Monte Bianco e il Cervino, grandiosi monumenti naturali e simboli per eccellenza della Valle d’Aosta. Ad accompagnare le immagini alcune citazioni scelte con la storica dell’arte Sandra Barberi di scrittori che nel corso dei secoli hanno cantato la bellezza della Valle d’Aosta: da Giuseppe Giacosa a Piero Malvezzi, da Edouard Aubert a Xavier de Maistre. Parole e immagini si fondono così in una narrazione fatta di affetti, storia e poesia. Una poesia che traspare in ogni pagina e che è frutto del grande amore che Bruno Domaine nutre, da sempre, per la sua terra.
Stefania Celesia